Abiti usati, anche il tessile va differenziato perché nemico della discarica

Carta, abiti_usatiplastica, vetro, alluminio: riciclare i materiali raccolti in maniera differenziata fa bene all’economia e all’ambiente. Ma oltre alle tipologie differenziata in maniera più diffusa, c’è anche il tessile che ha grandi potenzialità (ed è nemico della discarica). Secondo i dati del protocollo Anci-Conai del 2012, in Italia la raccolta differenziata della frazione tessile può essere stimata tra i 3 e i 5 kg annui per abitante; ipotizzando 4 kg ad abitante, il potenziale di questa raccolta sarebbe di circa 240.000 tonnellate (0,9% del totale della raccolta differenziata).

Eppure, nel 2013 le tonnellate raccolte e registrate sono state solo 111.000, una quantità significativamente inferiore rispetto al potenziale. Eppure si tratta di un settore importante perché il riutilizzo degli indumenti consente di prolungare il ciclo di vita degli abiti riducendo l’impatto ambientale della produzione e dello smaltimento del tessile in discarica. A mettere insieme i dati è lo studio “Indumenti usati: come rispettare il mandato del cittadino” del Centro di Ricerca Economica e Sociale Occhio del Riciclone.

Secondo uno studio realizzato nel 2008 dall’Università di Copenhagen, per ogni kg di tessile raccolto si risparmiano tra i 3,6 e i 4,1 kg di Co2 equivalente; 6.000 litri di acqua; 0,3 kg di fertilizzanti e 0,2 kg di pesticidi. In Italia nel 2013 sono state raccolte 111.000 tonnellate di scarti tessili differenziati: ciò vuol dire che grazie alla raccolta del tessile italiana è stata evitata l’emissione in atmosfera di una quantità di Co2 equivalente compresa tra le 396.000 e le 451.000 tonnellate e sono stati risparmiati 462 miliardi di litri di acqua.

Una buona notizia ma si potrebbe fare di più perché il conferimento del tessile nelle discariche è particolarmente dannoso: si tratta infatti di una frazione biodegradabile che genera percolato (costoso da gestire e inquinatore del ciclo dell’acqua) e gas metano (che contribuisce all’effetto serra); per queste ragioni la direttiva europea sulle discariche impone una graduale scomparsa dei rifiuti biodegradabili dalle discariche.

Differenziare e riciclare, quindi, è sempre la migliore soluzione: secondo uno studio pubblicato da Wrap nel 2014 è sufficiente estendere di 9 mesi la vita di un indumento per diminuire tra il 20% e il 30% del suo impatto sull’effetto serra, sulle risorse acquifere e sul sistema rifiuti. Nello stesso studio, si evidenzia come, nel ciclo di vita del prodotto tessile, la fase che meno incide in termini ambientali è quella dell’utilizzo e riutilizzo, che quindi va estesa il più possibile.

Oltre agli impatti ambientali, la filiera degli indumenti usati genera anche impatti positivi in ambito sociale, economico e occupazionale, anche considerando che il cittadino che conferisce il proprio indumento, nella maggior parte dei casi, lo fa per solidarietà.

Ma i sistemi di raccolta differenziata – rileva lo studio – non assorbono l’intera disponibilità di indumenti usati anche se i cittadini hanno diverse alternative di conferimento, come le raccolte porta a porta, le donazioni dirette a enti caritatevoli, e i negozi dell’usato conto terzi.

I contenitori stradali utilizzati per la raccolta dei rifiuti tessili vengono svuotati da enti attrezzati con veicoli, personale e, molto spesso, piattaforme intermedie per il primo stoccaggio. Chi cura questo servizio lo fa in virtù di un incarico ricevuto dai Comuni oppure dalle aziende o imprese alle quali i Comuni hanno delegato la raccolta dei rifiuti urbani.

fonte: (adnkronos.com)