Più raccolta dell’umido, meno effetto serra

umido_differenziata_2186-k9T-U10502217494649dB-700x394@LaStampa_itSe la raccolta differenziata della frazione organica venisse estesa a tutti i comuni italiani la quantità di materiale raccolto potrebbe determinare una riduzione delle emissioni di CO2 in atmosfera pari a 7,7 milioni di tonnellate, aumentando gli occupati del settore di circa mille di unità e apportare un beneficio economico quantificabile in 12 milioni di euro. Il dato, elaborato dalla SDA Bocconi, viene rilanciato da Materia Rinnovabile, che nel numero appena uscito da ampio spazio al tema della raccolta differenziata dell’umido e più in generale ai potenziali economici derivanti dall’utilizzo delle biomasse.

L’Italia si distingue tra le nazioni europee più virtuose per quanto riguarda la parte umida della raccolta differenziata, anche se riguarda per il momento solo 4.200 centri abitati, ovvero poco più della metà dei circa 8.000 comuni italiani. Con una percentuale di raccolta che negli ultimi dieci anni è aumentata in media del 10%, lo scarto organico è oggi la principale componente dei rifiuti urbani differenziati. Secondo gli ultimi dati del Cic – Consorzio italiano compostatori, la raccolta su scala nazionale si attesta al 42% del totale dei rifiuti organici, ovvero 5,2 tonnellate tra umido e verde su un totale di 12,5 milioni di tonnellate di rifiuti differenziati (di cui 3 milioni di tonnellate dii carta e 1,6 di vetro). In media, per ogni italiano vengono raccolti 86 chili di rifiuti organici all’anno con punte che al nord arrivano a 108 chili. Se in termini assoluti siamo al di sotto di altre nazioni come la Germania, analizzando la qualità della raccolta si possono evidenziare risultati non scontati. Nel rifiuto secco italiano, ad esempio, abbiamo un residuo organico non superiore al 15% mentre in Germania questa percentuale è addirittura del 30%.

Ma si può fare di più e meglio: se la raccolta dell’umido fosse diffusa su tutto il territorio nazionale, spiega ancora il rapporto del Cic, si potrebbero ottenere circa 8-9 milioni di tonnellate di scarto da cucina. Materiale da trasformare in compost o, ad esempio, in biogas. In quest’ultimo caso si potrebbero ottenere 450 milioni di metri cubi di biocarburante di seconda generazione che potrebbe essere utilizzato, ad esempio, per alimentare la flotta dei mezzi dedicati alla raccolta dei rifiuti. Già oggi, se tutta la quota di umido della raccolta differenziata si trasformasse in biometano attraverso impianti di digestione anaerobica, si potrebbe alimentare l’80% della flotta dei mezzi. Sarebbe la chiusura del cerchio: un’applicazione concreta di economia circolare con evidenti benefici economici e ambientali.

Al momento il principale ostacolo ad un significativo aumento nella raccolta e trattamento dei rifiuti organici è costituito dalla mancanza di impianti di compostaggio e digestione anaerobica. Sono rispettivamente 240 e 43 su tutto il territorio nazionale ma ne servirebbero altri 75. Si potrebbe arrivare nel giro di un anno a 6/7 milioni di tonnellate di umido trattato (quindi avviato a compostaggio o riconversione energetica) a fronte dei 4,6 milioni di tonnellate attuali. La mancanza di impianti comporta un ingente danno economico: secondo l’Osservatorio sui costi del non fare, struttura partecipata da Trenitalia, Acea, Enel, Gruppo Hera, Assolombarda, FederUtility e Terna, la mancata realizzazione di infrastrutture per il compostaggio, in un arco temporale 2009-2024, comporterebbe un costo per la collettività di circa 3,3 miliardi di euro.

fonte: (lastampa.it)